Atomi di imprevedibile. Viaggio nella materia di Edgardo Mannucci – di Marianna Neri

Fin dall’antichità, Fabriano, con il suo territorio esteso ai piedi dell’Appennino, è stato un importante crocevia culturale che ha visto nascere alcune delle personalità più significative del panorama artistico passato e recente: una su tutte quella di Gentile da Fabriano, il pittore del Gotico Internazionale. Ma questo glorioso passato è scritto anche nei borghi ricchi di testimonianze storiche, nei caratteri delle edilizie rurali  e in generale in un territorio i cui segni di un importante sviluppo industriale comparvero già a partire dal XIX secolo con la nascita di una delle più grandi realtà produttive italiane: quella della lavorazione della carta. In questo ambiente fortemente stratificato da secoli di cultura e di tradizioni inalterate e allo stesso tempo vocato alle innovazioni produttive di inizio secolo, nasce una delle figure più importanti dell’arte italiana e marchigiana del Novecento: Edgardo Mannucci. Un artista marchigiano nell’essenza, in quanto la produzione scultorea, rivolta alla poetica dell’Informale per quel suo indagare sulle molteplici possibilità della forma e della materia, riflette appieno quei caratteri distintivi di apertura al nuovo e tradizione che costituiscono la forte identità di questa regione.

Ricostruire il percorso artistico di Edgardo Mannucci dagli esordi alla maturità, significa ripercorrere la storia di alcuni movimenti fondamentali dello sviluppo dell’arte italiana del XX secolo e quella di alcuni tra suoi più grandi protagonisti, le cui vicende si intercciano indissolubilmente con il percorso formativo dello scultore. Nato a Fabriano nel 1904, frequenta la Scuola Professionale per la lavorazione del cemento a Matelica e, nel 1927, si trasferisce a Roma dove, a seguito della frequentazione dell’artista fabrianese Quirino Ruggeri, si orienterà verso un primitivismo plastico che, richiamandosi alle sculture di Arturo Martini, vedrà nella rappresentazione della figura umana, un punto di partenza fondamentale. Altrettanto significative saranno le esperienze maturate all’interno del variegato contesto culturale della Roma di quei primi anni del Novecento che vedeva il costituirsi della nascente Scuola Romana dominata da un altro marchigiano d’elezione: Scipione, le cui composizioni visionarie mediate da un vibrante cromatismo ricco di suggestioni figurative e letterarie confluivano negli intenti programmatici della rivista “Valori plastici” in chiara opposizione al convenzionalismo del Novecento.

Dopo aver conseguito il diploma presso il Museo Artistico Industriale, nel 1931 Mannucci tiene la sua prima personale presso il circolo Gentile da Fabriano della sua città, ma è a Roma che, in questi primi anni Trenta,  Mannucci, attraverso la frequentazione di alcuni tra gli esponenti di spicco del movimento futurista, avrà modo di intercettare alcuni aspetti relativi al rapporto materia-spazio che, come vedremo, a partire dal secondo dopoguerra, si concretizzeranno in una svolta stilistica ben definita. A questo proposito, particolarmente decisivo, sarà il suo sodalizio con Enrico Prampolini, protagonista indiscusso del Futurismo degli anni ‘20-‘30, che in quel periodo ne declinava i principi di velocità e dinamismo nei vortici e nelle spirali dell’aeropittura. Da questo sodalizio nascerà una collaborazione che porterà alla realizzazione di due mascheroni per il padiglione della ricreazione alla I Mostra Nazionale del Dopolavoro di Roma.  Ma il dialogo conoscitivo con il vivace contesto artistico della Roma degli anni ’30 prosegue e Mannucci, all’interno di quel clima generale di un rinnovato interesse per l’arte orientale, grazie all’amicizia con lo scultore Corrado Cagli, si avvicina al gruppo degli “Orientalisti” capeggiato da Massimo Buontempelli che in quegli

 

anni si faceva portavoce della poetica innovatrice del “Realismo magico”: l’artista moderno doveva esplorare l’universo imprevedibile dell’inconscio per poter rivelare quel “senso magico scoperto nella vita quotidiana e nelle cose” dal quale potevano nascere nuovi miti in opposizione alla società di massa. Nel 1935 esporrà due disegni alla II Quadriennale di Roma (che si inaugura proprio in quegli anni e dove tornerà più volte fino all’edizione del 1986) dando vita così a una stagione di intensa partecipazione alle più importanti esposizioni delle Marche e del Lazio. Intanto, si va delineando sempre con maggior forza quell’interesse verso il rapporto materia-luce che, negli anni a seguire, maturerà in una produzione che, prendendo le mosse dal primitivismo di stampo quattrocentista assimilato presso lo studio del maestro Ruggeri, diventerà uno dei caratteri distintivi della sua produzione scultorea: ne è un esempio il bronzo del 1946 raffigurante Altea Minelli, figlia dello stesso Ruggeri che Mannucci aveva sposato nel 1938, due anni prima dell’arruolamento per la Campagna di Albania. L’esperienza della guerra, caratterizzata da un periodo di prigionia tedesca terminato con un drammatico naufragio, avrà una certa rilevanza in tutta la produzione successiva di Mannucci che, a seguito anche della grande suggestione derivante dello sganciamento della bomba di Hiroshima, dopo un primo, immediato ritorno alla figurazione, sul finire degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, trasporrà quelle proiezioni cosmiche e spaziali ereditate dalla pittura di Prampolini, in una materia che, come un atomo, si estroflette sempre più verso l’esterno.

E’ l’inizio degli anni ’50 infatti a sancire la nascita delle sue prime “Idee”: sculture che si articolano o come spirali le cui linee dipartono da concentrazioni materiche raggrumate come a voler sprigionare energie latenti o come trame di un reticolo che Mannucci progetta prima su tavole o disegni e che poi rende concrete, forte di una tecnica di lavorazione dei metalli maturata già nel corso delle sue prime esperienze giovanili . I materiali usati sono molto spesso il ferro, le scorie di bronzo ricavate dagli scoli di scarto della fusione e i fili di ottone saldati in modo da creare punti nevralgici dai quali si sprigionano vettori di energia (“Idea” n°2). In questo periodo di grande fermento creativo,  avviene l’incontro con  Alberto Burri, l’artista  della materia per eccellenza, che Mannucci conoscerà tramite Fazzini e ospiterà per qualche tempo presso il proprio studio a Roma. Burri, che sull’ondata “disgregatrice” dell’arte informale inizia a lavorare con le sabbie, i catrami e la pomice, è, proprio come Mannucci, un grande sperimentatore e con  lui parteciperà, insieme a Giuseppe Capogrossi, Mario Ballocco ed Ettore Colla, alla nascita del gruppo “Origine” i cui principi programmatici, in opposizione a qualsiasi istanza figurativa legata al Novecento, alimenteranno le già evidenti tendenze astratte di nuova linfa.  Nel 1954 espone alla Biennale di Venezia dove vi tornerà nel 1956 e, nel 1962, gli verrà dedicata un’intera sala. Verso la fine degli anni ’50 Mannucci è ormai un artista affermato ed intensifica la sua partecipazione a importanti mostre collettive sia in Italia che all’estero; nel 1957 infatti oltre che alla Galleria Obelisco di Roma espone a New York e a Dallas e, l’anno seguente, riceve il riconoscimento del Canergie Institute di Pittsburg che lo insignisce di un premio-acquisto della Albright-Knox Gallery di Buffalo.  In questo periodo di grande visibilità all’interno delle più significative realtà espositive nazionali ed internazionali, Mannucci rinnova la sue “idee” in forma di scultura, inglobandovi all’interno sporadici nuclei di vetro colorato che, come gemme incastonate nel turbinio della  materia, fissano dei punti accesi nel movimento delle forme, dando un’idea di preziosità a tutto l’insieme.

Una tecnica affine a quella dell’orafo dunque, il cui progressivo affinamento porterà alla produzione di  piccole sculture-gioiello.   Nel corso degli anni Settanta Mannucci prosegue le sue collaborazioni prendendo parte ad alcune iniziative attive sul territorio delle Marche, una su tutte l’ ”Operazione Arcevia” insieme ad Alberto Burri, Mario Ceroli, Francesco Somaini e Mario Staccioli. Si trattava di  un progetto di ripopolamento dell’entro-terra appenninico ideato dall’imprenditore Italo Bartoletti che, in collaborazione con l’architetto Ico Parisi, i  critici d’arte Enrico Crispolti e Pierre Restany e lo psicologo Antonio Miotto, mirava a creare una “Comunità Esistenziale” al cui interno vi avrebbero dovuto operare sinergicamente contadini, artigiani,  commercianti e artisti con la volontà di dare vita ad una realtà alternativa nel pieno rispetto della vocazione   agricola della  zona. Il forte legame con la sua terra di origine e l’impegno per valorizzarne la sua crescita culturale saranno anche alla base del suo impegno di direttore artistico della Scuola professionale superiore di scultura siderurgica di Arcevia, il paese presso il quale, dopo una sua ultima partecipazione alla XI Quadriennale di Roma nel 1986 con le opere del ciclo “Idea”, Mannucci morirà il 21 aprile dello stesso anno.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*