Dialogo con

L’ELEGANZA SENZA TEMPO DEL SEGNO: DIALOGO CON PAOLO GOBBI – di Loredana Finicelli

La grande officina delle Marche è attiva da secoli nel forgiare talenti originali e di spessore e Paolo Gobbi, nato a San Severino Marche nel 1959, docente all’Accademia di Belle Arti di Macerata, ne è una piacevole conferma.

Artista da sempre, allievo di Magdalo Mussio, pittore dal lirismo scabro e senza tempo che tanto ha dato all’arte contemporanea, e ora oggetto di una giusta e meritata valorizzazione, si distingue per una ricerca solida e coerente che lo impegna da più di trent’anni, un lavoro interpretativo che partendo dalla pittura si è misurato con materiali e tecniche differenti, mantenendo intatta una poetica volta a indagare la ricchezza espressiva del segno.

2016 – Tecnica mista su cartone con supporto in ferro

Paolo Gobbi viene dalla pittura – e si vede – perché, di là dai materiali e degli strumenti che utilizza, è solito agire pittoricamente su qualsiasi superficie, vale a dire è capace di infondere al segno una qualità espressiva in grado di trascendere il supporto per farsi immagine percettiva, allusiva a una varietà di significati. Una immagine, quindi, che è tutta intuita e intuibile, racchiusa nella potenzialità di un segno minuto eppure dirompente nella sua essenzialità diafana e in quel suo mantenersi in equilibrio perfetto tra visibile e invisibile, dove il tridimensionale è il punto equidistante tra una percezione tanto illusoria quanto reale. Perché in questi segni dall’aspetto elementare, che brillano per una eleganza senza tempo, Gobbi riesce a infondere una tale energia e densità strutturale che li rende capaci di competere con la plasticità soda di certi modellati scultorei e con la tensione dinamica di certe architetture odierne. Una ricerca tutta centrata a svelare i rapporti tra segno e superficie, tra segno e materia, tra segno e colore: una “pittura” della relazione tra le parti e della loro immanenza nel tempo.

Nell’uso di una grande varietà di materiali e di tecniche si riflettono le molteplicità del reale, e, proprio in questo, quella di Gobbi si precisa come una ricerca che non è mai astratta, ma in virtù delle mille relazioni che il segno stringe con il mondo, essa appare sempre incardinata nel quotidiano e nelle sue infinite sfaccettature, minute, preziose, immanenti.

Una selezione della sua vasta produzione, compresa tra il 2006 e il 2018, oltre un decennio di lavori, è ora in mostra alla Fondazione Umberto Mastroianni presso il Castello di Ladislao di Arpino, (provincia di Frosinone) da anni diretta con abilità e competenza dalla storica e critica d’arte Loredana Rea. Proprio dal confronto critico e dallo scambio di vedute oramai decennale tra l’artista e il critico nasce questa esposizione straordinaria, per estensione e varietà, quasi un’antologica, che si avvale di una curatela di rango, come quella di Loredana Rea a e di Maurizio Coccia, direttore del Centro per l’Arte contemporanea di Palazzo Lucarini a Trevi.

Un’esposizione che colpisce per il lavoro di stratificazione critica e materiale delle opere; per la ricerca continua e certosina di una relazione con lo spazio e con il contesto; una mostra ricchissima nei materiali, nelle tecniche proposte, nei metodi e nei generi, allestita con grande perizia e competenza su cui svetta una raffinatezza di fondo che accompagna tutto l’allestimento della mostra. Un lavoro di assemblaggio dove ogni aspetto è curato  con attenzione e dove l’eleganza, che poi è la cifra distintiva dell’opera di Gobbi, pare essere la bussola per orientarsi nella mostra il cui titolo, curioso e implicitamente ricco di suggestione, è Piccolo infinito quotidiano.

In occasione della mostra abbiamo incontrato Paolo Gobbi e scambiato quattro chiacchiere sul suo lavoro.

L.F Piccolo Infinito Quotidiano. Paolo Gobbi, un titolo suggestivo e poetico, una sintesi che riflette l’essenza e il leit motif della tua opera.

P.G. Come tu hai ricordato in apertura di questa intervista, sono stato allievo di Magdalo Mussio che tanto ha operato nel campo della poesia visiva lasciando in eredità una ricerca che continua attraverso i suoi allievi e ancora oggi è particolarmente florida e vivace. Quindi, l’aspetto della ricerca lirica, di quel segno che è manifestazione essenziale di un sentire lucido, nitido, ma anche profondamente riflessivo, ritorna sempre nella mia opera. Un segno che è uno sguardo acuto attraverso il quale interpretare il mondo e la realtà, anche nelle sue minuzie, nei suoi aspetti meno eclatanti, eppure capaci di emanare una potenza infinita che è al di là del visibile, come lo sono l’intuizione o l’immaginazione. Del resto, noi marchigiani siamo particolarmente legati al concetto di infinito, quel concetto che nessuno, meglio del nostro amato Giacomo Leopardi ha saputo sintetizzare in versi, ma anche in straordinarie visioni collettive. Quell’infinito che si manifesta in ogni aspetto del reale, in ogni porzione per quanto infinitesimale, ma anche banale, ordinaria possa essere, è quello il punto di partenza della percezione. E a questo allude il titolo della mostra Piccolo Infinito quotidiano, formula perfetta con cui i curatori Loredana Rea e Maurizio Coccia hanno interpretato gli aspetti cardine della mia ricerca.

L.F. Colpisce, nel visitare la tua mostra, la varietà dei supporti che utilizzi, le differenti cromie che impieghi e che finiscono per esaltare, ma anche per conferire, di volta in volta, qualità differenti ai tuoi segni; la grande cura nella esposizione dei lavori che cercano sempre il raccordo con gli ambienti e con il contesto.

P.G. Il reale ha tanti aspetti, è per sua natura molteplice e lavorando sulla varietà materiale e quindi espressiva, ho cercato di restituire proprio quella molteplicità che poi è anche molteplicità percettiva; ho cercato di indagare come, di volta in volta, il segno reagisca e si relazioni con i diversi materiali e supporti, una sfaccettatura che riflette una varietà percettiva, ma richiama, anche, il numero di esperienze artistiche con cui mi sono misurato dall’inizio della mia attività tra cui, ovviamente, l’incisione, di cui la mia ricerca porta evidentemente impressa l’eredità. Un segno solo apparentemente astratto perché in realtà vuole essere descrittivo e narrativo di tutte le sollecitazioni che il reale nasconde e suscita a un osservatore attento, capace di decodificarne gli stimoli. Un segno che va alla ricerca dello spazio, intraprende relazioni, si amplifica e si esalta nello scambio con supporti di differenti materiali e cromie, come rame, alluminio; un segno che, come lo ha definito Loredana Rea nella Presentazione della mostra “è autosignificante, riporta l’infinito nella quotidianità”.

L.F. Il terremoto del 2016, un’esperienza drammatica che non poteva non essere tracciata dal tuo lavoro. Una riflessione da cui sono nate una serie di installazioni e un video realizzato da tuo figlio Silvio.

P.G. Sì, naturalmente, un evento come l’ultimo sisma a solo vent’anni  dall’altro rovinoso terremoto del ’97 non poteva non diventare oggetto di una riflessione, visto il carico di distruzione, ma anche di riconfigurazione ambientale, urbanistica, legata all’immaginario che tale evento produce. Un evento rovinoso che frattura il paesaggio e scuote le costruzioni, penetrando fin sotto le radici come fondamenta della nostra collettività, ma anche del nostro essere. In tal senso, i pannelli nascono con l’intento di documentare quell’evento drammatico a partire dai segni lasciati nel suolo dalle macerie, segni che sono il frutto di una energia vigorosa ma squassante. Sulla superficie di metallo ho impresso i segni relativi alle piante degli edifici crollati, settanta costruzioni della periferia di San Severino Marche. Nel pannello è impressa la traccia di una costruzione che fu, ma che ora spicca per la sua assenza, una presenza documentata dai tratti segnici lasciati nella superfice terrena, come ferite aperte e vive di un territorio offeso.

L.F. Un lavoro di grande lirismo, organizzato intorno all’essenzialità costruttiva del tratto che, non ha caso, si è spesso relazionato con la poesia. Una parte significativa di questa mostra tratta proprio del tuo rapporto tra la tua opera e la poesia di Eugenio Montale, ce ne vuoi parlare?

P.G. Sì, i lavori del piano superiore, quelli che dialogano con l’opera di Umberto Mastroianni, passaggio interpretativo a cui sono chiamati tutti gli artisti che espongono in Fondazione, sono quelli della serie Tratti da Xenia, 14 opere realizzate nel 2013 e dedicate agli Xenia di Montale, 14 poesie che il poeta ligure aveva dedicato alla moglie Drusilla Tanzi – detta “Mosca” per via dei suoi occhiali da miope –  e scomparsa nel 1963.  Per un fortuito incrocio, gli Xenia, su indicazione di Giorgio Zampa, erano stati stampati a san Severino, presso la tipografia Bellabarba, in una edizione limitatissima, che, nelle intenzioni del poeta doveva essere un “opuscolo di campagna”. Gli Xenia confluiranno poi nella raccolta Satura, pubblicata nel 1971. Al 2013, cinquantenario della morte di Drusilla, risalgono i miei lavori su alluminio che interpretano le poesie di Montale e instaurano un dialogo con le opere di Mastroianni; al 2018, e quindi realizzati in occasione di questa mostra, trova spazio una nuova serie di Tratti da Xenia: lavori, questi, che, rispetto al passato si misurano con supporti diversi dal metallo come le cartelle d’archivio, un oggetto che chiama in causa la memoria e soprattutto la conservazione ordinata della memoria che va costudita, ma anche velocemente recuperata; un’idea a di memoria, culturale, poetica, come patrimonio cumulabile e cumulato.

La mostra, Piccolo infinito quotidiano, sarà visibile alla Fondazione Mastroianni fino alla metà di luglio, in un allestimento di straordinaria potenza ed efficacia. Dal Castello di Ladislao la mostra si sposterà poi a Palazzo Lucarini di Trevi. Quale che sia la sede che decidete di visitare, non mancate questo appuntamento con l’opera raffinatissima di Paolo Gobbi.

2016 – Pagine per montale – tecnica mista su cartella di archivio