Per un elogio della medietà marchigiana e della lontananza creativa – di Loredana Finicelli

 

Per un elogio della medietà marchigiana e della lontananza creativa – di Loredana Finicelli

Arte della marca è una pagina dedicata alla cultura artistica marchigiana. Un blog, ma anche uno spazio aperto alle suggestioni e alle sollecitazioni culturali, un luogo nel quale riflettere e scambiarsi informazioni su un contesto troppo spesso dimenticato, noto per lo più agli autoctoni, agli appassionati,

agli addetti ai lavori. Perché le Marche sono così, un po’ lontane per non dire remote. Hanno l’imperdonabile limite di collocarsi dopo l’Umbria e al di là della Romagna; si situano, cioè, qualche metro più in là di dove la curiosità si arresta: sul limitare della nobile Umbria, nei pressi della civile Romagna. Eppure, le Marche sono quella scoperta che non ti aspetti, quello spirito quasi intatto malgrado il tempo che passa; spirito che ancora trovi adagiato in qualche valle e arroccato tra qualche monte. Le Marche sono la novità dei distretti industriali e commerciali coniugati alla straordinaria sapienza artigianale, una vocazione allo scambio marittimo con un senso di appartenenza radicale ai propri luoghi; sono, le Marche, quell’alternarsi di fabbrica e abitazione, di cittadina e borgo, gruppi di case secolari sui cui soffia, inalterato, l’afflato di vecchi feudi, di modesti villaggi contadini, di raffinatissime signorie. Ciò che colpisce, delle Marche, è quella integrazione perfetta tra materia e spirito, tra teoria e pratica, quella integrazione istantanea tra natura e storia – per dirla con Argan -, che proprio nel paesaggio riverbera quella sua inarrivabile perfezione.

Dall’aura mediocritas  alla “medietà”

Inchieste del passato hanno interpretato l’attività produttiva delle Marche alla luce del concetto di aurea mediocritas, sottolineandone un assetto medio, equilibrato, frutto di una struttura produttiva basata sulla mezzadria; un mondo lontano dalle eccellenze, ma anche dalla sua negazione. Aura, perché in questo insieme di rapporti produttivi e di relazioni sociali, coglievano gli osservatori la serena autonomia dei lavoratori, attaccati alla terra e alle proprie radici, quella terra che con orgoglio lavoravano instancabilmente per trarne benessere. Come osservava Armando Ginesi nel suo saggio del 2006, strumento ancora oggi indispensabile per comprendere a fondo i tratti della cultura marchigiana e gli aspetti artistici derivanti, “la mezzadria e l’artigianato hanno prodotto una cultura e modi di essere di tipo particolare: attaccamento al terreno e ai materiali, beni che costituiscono la ragione della sopravvivenza; interesse per il lavoro, perché più si lavora più si accresce il benessere, dovere e piacere del fare, soprattutto del fare bene, soddisfazione nel vedere i risultati della fatica e dell’impegno (prodotti agricoli nella mezzadria, oggetti nell’artigianato) da cui dipende la qualità della vita”. “Tutto ciò, oltre a determinare un forte senso etico del lavoro e del lavoro ben eseguito ha sviluppato una costante cultura dell’invenzione che si è tradotta nel continuo miglioramento estetico sia nella produzione artigianale, sia nel corredo  e nell’abbellimento del carro agricolo”[1].

Molto più del termine mediocritas, pur nella sua accezione non negativa, rimandante agli innegabili benefici della cosiddetta “via di mezzo”, il carattere e la morfologia delle Marche possono essere riassunti dal concetto di “medietà”, indicato da alcuni come quel punto di equilibrio che sintetizza le peculiarità geografiche, culturali ed etiche di un popolo e di una regione, che, non a caso, è quasi al centro esatto della penisola.

Sobrietà, attaccamento alle tradizioni e alla terra, senso inalterabile della storia, prospettiva ed efficienza curtense in un mondo globale e globalizzato, laboriosità instancabile e costante, secondo un ritmo che è allo stesso tempo religioso e profano, intriso di una spiritualità popolare ai confini con la magia. Sono questi i tratti di un sentire diffuso, eco di una sapienza antica e quasi oracolare, così ben rappresentata dalla figura più mitica presente nel suolo marchigiano: la Sibilla. Tratti, questi della personalità marchigiana – sempre che della personalità di una regione si possa parlare – rifessi nella sua geografia incantevole, nell’andamento ritmico e musicale delle sue colline verdi, quintessenza dell’armonia e dell’equilibrio.

Le Marche di Guido Piovene e la marchigianità artistica di Armando Ginesi

Nel suo celebre Viaggio in Italia, reportage pubblicato nel 1957 da Guido Piovene, giornalista e scrittore che nei primi anni del secondo dopoguerra, raccontava alla radio le mille identità della penisola, le Marche le descriveva così: “le Marche sono un plurale, il nord ha una tinta romagnola, l’influenza toscana e umbra è manifestata lungo la dorsale appenninica; la provincia di Ascoli Piceno è un’anticamera dell’Abruzzo e della Sabina. Ancona, città marinara, fa parte per se stessa […] Ma per quanto se ne accolgano i riverberi, le Marche non somigliano veramente né alla Toscana, né alla Romagna e neppure all’Abruzzo e all’Umbria”[2]. “Se si dovesse stabilire qual è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche”. “Qui abbiamo l’esempio più integro di quel paesaggio medio, dolce, senza mollezza, equilibrato, modellato quasi che l’uomo stesso ne avesse fornito il disegno” [3].. Una caratteristica, quella della “medietà”, che non permea solo la geografia, ma modella la natura caratteriale dei suoi abitanti: come il paesaggio che li ospita, sono, nel bene e nel male, privi di pervicaci sussulti, tali da non esibirli dal palcoscenico della celebrità, perché privi di eccessi e stravaganze, in una parola noiosi, monotoni, nella loro poco appetibile normalità. Le Marche, scriveva Piovene, come “la più classica delle nostre terre”, la sintesi perfetta di tutti i paesaggi d’Italia in un unico luogo, la verità istantanea di quello slogan che, qualche anno, fa recitava così: “le Marche, l’Italia in una regione”.

Armando Ginesi ha approfondito il rapporto tra la marchigianità e l’arte prodotta nel territorio e, devo dire con grande intuizione e puntualità, ha individuato quell’etica quasi calvinista, quella fede nel lavoro che anima la laboriosità dei suoi abitanti e ne plasma il carattere e, attraverso il carattere, ne modella il contesto. Allo stesso tempo, ha messo in luce la natura intrinseca della cultura artistica marchigiana. Le Marche, scrive Ginesi, “rappresentano uno schermo sul quale si riflettono tutte le linee di ricerca che caratterizzano gli ambiti nazionali e internazionali. La qual cosa dimostra che la regione non risulta culturalmente e  artisticamente isolata. Infatti, dei suoi artisti, da quelli più significativi a quelli più modesti, si può dire che si sentono (perché lo sono) solitari ma non isolati[4]”.

Esiste un linguaggio artistico marchigiano?

Armando Ginesi ha dato un contributo importante nella definizione delle peculiarità dell’arte marchigiana ed è l’epigono di una serie di studiosi che periodicamente si sono interrogati sul tema. A partire dal Lanzi, sul finire del Settecento, fino al grande Luigi Serra, molto si è dibattuto sulla possibilità o meno di tracciare un profilo identitario dell’arte marchigiana, da sempre strettamente intrecciata con i destini delle vicende umbre e toscane e forse più orientata verso il raffinato linguaggio di ambito senese che non esposta agli afflati modernisti provenienti da Firenze. Del resto, non si sbaglia a mio avviso, nel pensare che le Marche abbiano la testa rivolta verso Roma e la cultura tosco-romana, ma il cuore innegabilmente disposto alle Venezie. Non è un caso che alcuni dei grandi artisti stranieri approdati nelle Marche tra il XV e il XVI secolo, fossero veneziani. I fratelli Carlo (Venezia 1430-Ascoli Piceno 1495) e Vittore Crivelli (Venezia 1440 – Fermo 1501), lo straordinario Lorenzo Lotto (Venezia 1480-Loreto 1556-57)  non solo operarono nella Marca, ma vi giunsero al successo, tanto da esserne quasi naturalizzati al momento della loro morte avvenuta proprio in terra marchigiana.

Esiste un linguaggio marchigiano che in qualche modo si possa sintetizzare in dei caratteri comuni? Sicuramente una certa raffinatezza, un certo senso della linea e del linearismo che attraversa tutto l’appennino da Siena verso levante, dovuto forse a un persistere a lungo, anche anacronistico, della cultura medievale e tardo gotica; un gusto del colore che viene dal rapporto con la cultura nordica e con le venezie,   ma più che ai caratteri, si deve far riferimento a un sentire diffuso che accomuna non solo l’arte, ma tutta la cultura marchigiana. Lo hanno chiamato correttamente ethos (Ginesi), lo hanno definito memoria o nostalgia, personalmente ritengo possa trattarsi di un humus condiviso, dove la spiritualità confina con il profano e la sobrietà con la solitudine. Un orizzonte comune dove la nostalgia si stempera in malinconia delicata fino a diventarne una straordinaria premessa creativa.

[1] A. Ginesi, Le Marche e l’arte in “Le Marche e il XX secolo. Atlante degli artisti”, a cura di Armando Ginesi, Federco Motta Editore, Milano 2006; p. 27
[2] A. Ginesi, op. cit, p. 26
[3] ibidem
[4] A. Ginesi, op. cit. p. 32

 

One thought on “Per un elogio della medietà marchigiana e della lontananza creativa – di Loredana Finicelli

  1. Complimenti per l’articolo e il blog molto interessante!
    Emanuela

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